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L’ombra degli espianti forzati in Cina

Ritardi nel dichiarare lo stato d’emergenza. Intimidazioni contro i medici che per primi avevano lanciato l’allarme. Propaganda mistificatoria a tutti i livelli. Delle responsabilità del governo cinese nella diffusione della pandemia di Covid-19 si è parlato e scritto in lungo e in largo (quantomeno sui social e sui media non asserviti a Pechino…) negli ultimi due mesi.

Sempre più evidenti sono, oltretutto, le prove della collusione tra la Cina e l’OMS, il cui direttore generale, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, si è formato all’interno di una fazione politica di ispirazione maoista, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (FPLT) ed è stato a lungo ministro nel governo di Adis Abeba, fortemente debitore verso i cinesi, per le immense risorse investite nel paese africano, nell’ambito della Belt and Road Initiative. Da qui la probabile causa dei gravissimi ritardi da parte dell’organizzazione internazionale e la conseguente volontà del presidente americano Donald Trump di sospendere i fondi USA all’OMS, inasprendo così il conflitto diplomatico-commerciale tra Washington e Pechino.

Meno nota ma non meno agghiacciante è la vicenda dei probabili legami tra il coronavirus e la pratica degli espianti forzati. Lo scorso 29 febbraio, presso l’Ospedale del Popolo di Wuxi, nella provincia dello Jiangu, è stato effettuato un delicatissimo intervento chirurgico, enfaticamente salutato dalla stampa cinese per la sua portata storica. A un paziente di 59 anni, affetto da Covid-19 e giudicato terminale, sono stati trapiantati entrambi i polmoni. Il fatto, di per sé, rappresenterebbe un’ottima notizia, se non fosse che molti indizi condurrebbero alla ‘pista’ degli espianti forzati da corpi di prigionieri politici. Desta sospetto, infatti, la rapidità – cinque giorni – con cui sono stati reperiti due polmoni perfettamente sani provenienti da un donatore non fumatore. “L’unico modo in cui un doppio trapianto di polmoni può essere messo a disposizione, è attraverso i detenuti e in Cina, di norma, si tratta di dissidenti religiosi” – ha dichiarato in un’intervista ad “Epoch Times” Nadine Maenza, vicepresidente della Commissione Internazionale per la Libertà Religiosa (USCIFR) – “quindi, nel momento in cui abbiamo appreso la notizia, immediatamente abbiamo pensato: possibile che quegli organi provenissero da un dissidente religioso, forse dalla comunità degli Uiguri, che praticano il Falun Gong? Questo fatto è anche la prova che il coronavirus sta avendo un impatto sulle comunità religiose cinesi”.

Per la cronaca, il Falun Gong è una pratica di meditazione che affonda le sue radici nel buddismo: i suoi adepti si impegnano a raggiungere l’illuminazione spirituale e, in tal senso, la preservazione della salute fisica è ritenuta fondamentale. Da una ventina d’anni, il regime comunista cinese sta attuando una repressione violenta, spesso anche omicida, nei confronti dei seguaci del Falun Gong, colpevoli, nella sostanza, di seguire una filosofia di vita che rispetta la libertà dell’individuo e pratica la compassione e la tolleranza, quindi, incompatibile con i dettami del maoismo. Gli espianti forzati di organi dai corpi degli adepti del Falun Gong rinchiusi in carcere, nei laogai o negli ospedali psichiatrici sono oggetto di indagini dal 2006.

Sebbene, il traffico di organi sia formalmente illegale dal 2015, questa orribile pratica è proseguita clandestinamente e, con il dilagare della pandemia, si starebbe sempre più diffondendo. Le informazioni raccolte da Nadine Maenza confermerebbero che le principali vittime degli espianti forzati sarebbero proprio coloro che praticano il Falun Gong, a causa del loro “stile di vita salutista”. A ciò va aggiunto che la Cina continua a detenere il record dei donatori di organi: 1,35 milioni su un totale di 1,4 miliardi di abitanti. Ogni anno, in Cina, i trapianti effettuati ammontano ufficialmente tra i 10mila e i 20mila ma, secondo alcuni esperti, sarebbero in realtà tra i 60mila e i 90mila.

La spregiudicatezza e la crudeltà del regime cinese trovano una delle sue più inquietanti interfacce nel controllo arbitrario della comunità scientifica e medica. E ora che la pandemia inizia gradualmente ad allentare la morsa, gli interrogativi si susseguono a ritmo incalzante: il virus è davvero naturale o viene da un laboratorio, come sostiene, tra gli altri, il Premio Nobel Luc Montagnier? L’impressionante vicinanza (meno di 300 metri) del laboratorio di Wuhan da dove sarebbe sfuggito il coronavirus con il famigerato mercato di pesce e selvaggina è solo una coincidenza? Non è significativo che i primi tredici contagiati nella stessa Wuhan non avevano messo piede in detto mercato? Per quale motivo la diagnosi sul “paziente zero” cinese è avvenuta in tempi così lunghi e il riconoscimento del virus è stato fatto a pandemia ormai dilagante? Qual è il reale numero dei contagiati in tutta la Cina? Che fine ha fatto la dottoressa Ai Fen che aveva lanciato l’allarme sul coronavirus, criticando apertamente il governo?

Misteri che evocano lo spettro di un altro regime totalitario che, tra le altre cose, si distinse per l’uso opaco e disinvolto della ricerca scientifica: il nazismo. La storia si ripete e non sempre “in farsa”: a volte è più tragica di prima.

Articolo di Luca Marcolivio tratto da qui